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Una sorpresa: il mio carissimo amico Luca mi invita a una serata davvero interessante.
Maserati organizza un tour per la “Bassa” nelle terre di Giovannino Guareschi e Giuseppe Verdi e io posso partecipare a una serata durante la quale si visiterà la casa natale di Giuseppe Verdi e si proseguirà con un incontro con i due figli di Giovanni Guareschi: Carlotta e Alberto.
Un’occasione per far conoscere a voi il mondo piccolo di Guareschi ma, soprattutto per il sottoscritto, un’occasione unica per conoscere i due figli del creatore di Don Camillo e Peppone e per rivedere uno scrittore che sarà ospite di questa serata: Luca Goldoni.
Lo conobbi in un lontano 1988, a Moena, sulle Dolomiti, alla presentazione di un suo libro. Quel giorno gli confessai la mia passione per la scrittura e lui, incautamente, mi disse: “Veramente? Non smetta mai, davvero! Continui sempre a scrivere”.
Io, che sono uno che segue i consigli, tenni fede alla promessa che mentalmente gli feci e sono ancora qui.
Questa sera glielo dirò.
Mi organizzo e parto. Luca mi consiglia di accennare, durante la serata a Cesare Pavese, che alberga nel mio cuore da ormai una trentina d’anni. Ho un paio d’ore scarse per pensare a qualcosa.
Mentre guido in direzione sud mi concentro su qualche collegamento che possa esistere tra Pavese e Guareschi, pescando più nella creatività che nella conoscenza, vista la distanza siderale tra i due.
Mi viene in mente la bellissima frase scritta da Giovannino Guareschi durante l’internamento nel Lager: “Non muoio nemmeno se mi ammazzano!”. E Pavese…
Una data: il 1908 li accomuna, certo; il centenario della nascita potrebbe essere un “link”, come lo definirebbe oggi un disc jockey.
Torino e Roncole, le Langhe e la Bassa, sono tanto differenti che, anche in questo caso, faccio fatica a immaginare un legame che possa considerarsi valido. Penso all’uomo antifascista, ma comunista per convenienza e all’uomo antifascista e anticomunista per scelta di vita. Il secondo, un uomo scomodo per tutti quanti, il primo, scomodo soprattutto per se stesso.
Ho pensato a quell’impasto di dialetto e italiano, tipico di entrambi e questo mi fa sorridere. Li ritrovo perfettamente adagiati nella loro campagna, chi sulle colline, chi immerso nella nebbia, a narrare ognuno il proprio mondo. E’ proprio questo il vero legame: la lingua, il modo di narrare mondi tanto diversi e soprattutto vissuti così agli antipodi, seppur utilizzando lo stesso linguaggio. Certo però che il paragone si ferma lì, al mero linguaggio.
Non si può parlare di Guareschi e di Pavese nella stessa serata, soprattutto quando il mondo piccolo, seppur fatto di cose semplici come quelle di Pavese, racconta però una vita che si fa scudo della voglia di vivere, dell’umorismo, per sostenere l’esistenza dell’essere umano. Il mondo di Pavese è un mondo più cupo, è il mondo di un uomo costantemente roso dal male di vivere, dalla misoginia, dalla consapevolezza di essere precipitato in un posto che non fa per lui. Il mondo di Guareschi è un mondo che, sì, funziona all’incontrario, ma che lui stesso prende in giro distruggendolo dall’alto, facendo quindi emergere quelle radici dell’uomo semplice che sa ciò che vuole e, soprattutto, sa come ottenerlo.
A questa conclusione sono giunto mentre esco dall’autostrada, al casello di Fidenza, a pochi chilometri ormai da Roncole Verdi. Fortunatamente non c’è nebbia, anche se non mi sarebbe poi dispiaciuta. Meglio così, comunque.
A Roncole c’è un cartello che dà il benvenuto nel mondo piccolo: faccio un respiro profondo e svolto a sinistra dove la piazza lascia il posto alla casa natale di Verdi. Più avanti un poster della Maserati con il faccione baffuto di Guareschi ci dice che siamo arrivati. Sono un po’ emozionato.
La visita alla casa natale di Giuseppe Verdi si rivela uno splendido aperitivo. Non me ne voglia il buon Peppino, ma io sono qui per Guareschi, non vedo l’ora di conoscere Alberto (il postero) e Carlotta (la pasionaria), i due figli dell’amato Giovannino.
Arrivano i giornalisti con il pullman e subito intravedo la chioma candida di Luca Goldoni.
Entriamo a visitare la casa di Verdi.
E’ ancora in ottimo stato e la guida ci racconta vita, morte e musica del più amato compositore d’opera del mondo.
Ascolto con attenzione, ma dalle finestre vedo la piazza e scorgo Giovannino che l’attraversa in bicicletta, si ferma di fronte alla casa e guarda in su. Ci vede, ci sorride e mi fa segno (proprio a me?) che ci vediamo dopo. Annuisco col capo e scorgo la guida che mi sta osservando, compiaciuta dal mio apparente interesse.
La visita è stata davvero interessante, nonostante il mio continuo sparire nei dintorni, alla ricerca di quell’uomo con i baffi che, come un indemoniato, scorrazza per le vie del paese.
Ora si va al Bar Guareschi, oggi sede del club dei ventitré. Sulla soglia un uomo e una donna: sicuramente Alberto e Carlotta.
Ci avviciniamo e, come un bambino, mi sento emozionato a stringere le loro mani. Qualcuno tra i presenti accenna loro del proprio affetto per le opere del padre, mentre io, invece, a Carlotta non riesco a dire altro che: “Come assomiglia a suo papà!”.
Lei mi sorride, schernendosi per il proprio aspetto, che io invece trovo incantevole.
Entriamo e mi sento mancare il respiro: di fronte a me si trova una bici da corsa. E’ la stessa che “cavalcava” don Camillo.
Supero la porta d’ingresso e vedo un carretto che contiene l’opera omnia di Guareschi. Sfoglio con avidità qualche pagina mentre il resto del gruppo entra e ci trasferiamo nella sala grande.
Una volta questo era il ristorante che Alberto gestiva assieme alla moglie. Una serie di incombenze sanitarie, burocratiche e gestionali li ha fatti desistere, per permetter loro di dedicare il proprio tempo alla vera eredità lasciata da Giovannino: l’immenso mondo piccolo che dovevano mantenere vivo e far conoscere a tutti.
“Quando il nostro babbo è mancato ci siamo accorti che avevamo ricevuto un’eredità grandissima.” Mi spiega Alberto. “I suoi lettori hanno trasferito su di noi tutto l’affetto che provavano per lui.”.
Sembra impaurito da questa grande responsabilità, ma in fondo ai suoi occhi si legge anche l’orgoglio e la soddisfazione per essere riusciti a mantenere viva questa realtà, fatta di passione e di grande lavoro, di presentazioni e di incontri. Esiste persino una mostra itinerante che, in questi giorni – mi spiega Alberto – è in Puglia. Sorrido, pensando al mondo piccolo della bassa trasposto nel Tavoliere, ma in fondo il mondo di Guareschi può essere il mondo di ognuno di noi.
Nell’attesa della cena ci viene offerto dello splendido Parmigiano (guai a confonderlo con il Grana) e un vino bianco, frizzante, davvero delizioso (non vi dico dell’etichetta che riporta una vignetta di Guareschi…).
C’è un televisore acceso dove viene proposta una vecchia trasmissione Rai, nella quale un giovane Indro Montanelli cerca di stanare il burbero Guareschi nella sua Roncole, dalla famosa “incompiuta”, la casa dove risiede in quegli anni.
“Possiamo salire.” Ci dicono e lentamente ci portiamo al piano superiore dove ci accoglie l’ennesima sorpresa: la fornita biblioteca personale di Giovannino, fa bella mostra di sé accanto ai tavoli per la cena. Sulla parete di fronte all’ingresso una libreria speciale: tutte le traduzioni dei libri di Guareschi. E io che mi preoccupavo del Tavoliere: qui c’è una traduzione in inuit, la lingua degli eschimesi. Il mondo piccolo è davvero un piccolo mondo, a quanto pare.
La cena ha inizio ed Egidio Bandini, esperto di Guareschi, annuncia che durante la cena potremo vedere alcuni spezzoni tratti dai film di Don Camillo e Peppone.
Ci comunica che Giovannino, come ama chiamarlo lui - non lo chiama quasi mai Guareschi – non amava particolarmente quei film, spesso si sentiva tradito.
Carlotta, seduta accanto a me, mi racconta che il padre soffriva molto la trasposizione televisiva de “Il compagno Don Camillo”, nella quale, secondo lui, mancava il messaggio di fondo di quella serie di racconti: la conversione di tutta la comitiva partita per la Russia.
Bandini racconta che “Il compagno” era però, di quei film, quello preferito da Giovannino, e quindi l’eterno conflitto non si è mai davvero sopito in quell’uomo incredibile.
La cena è deliziosa: salumi tra i più buoni, un vino decisamente gradevole e una torta fritta, terribile tentatrice per i più sani principi. Il Parmigiano ci segue come un fedele compagno per tutta la sera e alla fine, tra tenaci rifiuti verbali, ogni piatto, nessuno escluso, viene riempito (anche più volte) da delicati anolini in brodo, che avvolgono i nostri palati già estasiati.
Durante questa esondazione di sensi, il buon Bandini non ha mai smesso di avvolgere anche i nostri cuori con gli spezzoni dei film promessi. Uno su tutti, in particolare: il comizio di Don Camillo e di Peppone per le elezioni, tratto da “Don Camillo e l’onorevole Peppone” (il racconto è invece “L’altoparlante”, contenuto in “Don Camillo e il suo gregge”).
Don Camillo ha appena terminato di arringare la folla sotto il campanile, con la famosa frase: “Nella cabina elettorale Dio ti vede… e Stalin no.”.
Ora tocca a Peppone che, dal palco, inizia a sbeffeggiare i reazionari e a indicare nei lavoratori il vero futuro della nazione. Basta con le barbare caserme, è l’ora della pace.
Ma Don Camillo diffonde dagli altoparlanti la canzone del Piave e Peppone si lascia trasportare, cambiando decisamente direzione, concludendo il discorso con un incredibile: “… per l’indipendenza d’Italia e al solo scopo del bene inseparabile del Re e della patria!”.
Mi accorgo di avere le lacrime agli occhi, nonostante abbia visto il film almeno una decina di volte, ma vedo che non sono il solo.
L’incontro volge ormai al termine e sono davvero dispiaciuto. Come vorrei tornare a quando ho intravisto il banner di Maserati.
Un piccolo torneo di calcetto tra i giornalisti presenti conclude, come avrebbe voluto Giovannino, in maniera goliardica la già splendida serata.
Le ultime chiacchiere con Carlotta e Alberto sembrano voler protrarre all’infinito la nostra presenza in quel di Roncole. Dobbiamo davvero andare.
Prima di andarmene compro un paio di libri e li faccio autografare.
Poi mi rammento: dovevo ricordare a Luca Goldoni di quella promessa.
Lo avvicino e mi dice di smetterla di dargli del lei.
“Non ti ricorderai certamente, ma nel 1988…”
Lui mi sorride, certamente non ricordando un piccolo evento così lontano, ma quando gli rammento il suo consiglio e la mia promessa, tuttora mantenuta, il suo sorriso si allarga ed egli – nonostante la pericolosità dell’affermazione – insiste: “Ne sono fermamente convinto. Continua a scrivere.”
Per cui ragazzi, se a un certo punto non ne potrete più, sapete con chi dovete prendervela.
Grazie a Carlotta, ad Alberto, alla Maserati e grazie soprattutto a Giovannino Guareschi che, soddisfatto della nostra serata, ci saluta dalla piazza. Lo vedo, fare un cenno con la mano, mentre l’auto svolta a destra per portarmi in direzione dell’autostrada, attraverso quei campi che, nonostante il buio, sembrano familiari come il cortile di casa.